Aprire un negozio di abbigliamento online: quanto costa
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Chi cerca come aprire un negozio online di abbigliamento di solito ha già la merce: una boutique, un piccolo marchio, un magazzino di fine serie. La prima domanda è quasi sempre quanto costa, e la risposta sincera ha due numeri molto diversi secondo una cosa sola: se la merce ce l'hai già o la devi comprare. Vendere vestiti online ha poi tre costi che negli altri settori non esistono: il catalogo si moltiplica per taglie e colori, una parte della merce torna indietro per definizione, e l'invenduto perde valore a fine stagione. Qui trovi le voci in euro, i conti su tutti e tre, cosa dice il Codice del Consumo sui resi e in che ordine conviene partire.
Il catalogo si moltiplica: il primo costo vero
In un negozio di ferramenta un prodotto è una scheda. Nell'abbigliamento un modello è una scheda per ogni combinazione di taglia e colore, perché ognuna ha la sua giacenza: se la M nera è finita, quella riga deve risultare esaurita mentre la L nera resta in vendita. Un maglione in cinque taglie e tre colori sono quindici righe di magazzino.
Questo è il numero che nessuno mette davanti a chi sta decidendo. Non è il canone della piattaforma, sono le ore di caricamento: foto, descrizione, misure, giacenza, codice. A tre minuti per variante, 600 varianti sono trenta ore, da rifare ad ogni stagione.
| Catalogo | Modelli | Taglie | Colori | Varianti totali | Ore a 3 min l'una |
|---|---|---|---|---|---|
| Prova, una capsule | 10 | 5 | 2 | 100 | 5 ore |
| Negozio piccolo | 40 | 5 | 3 | 600 | 30 ore |
| Boutique completa | 120 | 6 | 4 | 2.880 | 144 ore |
Quanto costa aprire un negozio di abbigliamento online
La risposta ha due numeri, non uno, e la differenza non la fa la piattaforma: la fa la merce. Chi porta online una boutique che esiste già parte con la voce più grande a zero, perché i capi sono in scaffale. Chi parte da zero deve comprarli, e nell'abbigliamento non puoi comprare un pezzo per modello: devi coprire la curva taglie, altrimenti la scheda è online ma la taglia che ti chiedono non c'è.
Il conto della curva, su un caso tipo. Una capsule da trenta modelli, taglie dalla S alla XXL: il minimo sensato è un pezzo sulle due taglie estreme e due su quelle centrali, cioè otto pezzi per modello. Trenta modelli fanno 240 pezzi. Se un capo che vendi a 65 euro con il 40 per cento di margine ti costa 39 euro, quei 240 pezzi sono circa 9.400 euro di merce, da rifare a ogni stagione. È la cifra che decide il tuo budget, e non c'è nessun sito che la sposti.
Accanto alla merce, il negozio online è una voce sorprendentemente piccola. Una piattaforma a canone come Shopify nel piano Basic costa 27 euro al mese pagando l'anno in anticipo, cioè 324 euro l'anno, e quei 324 euro tornano ogni dodici mesi anche in una stagione andata male. Un negozio fatto fare si paga una volta: l'ecommerce completo è a 1.999 € e, per contratto, se smetti di pagare qualsiasi altra cosa resta tuo. In un budget di partenza da zero il sito vale intorno al cinque per cento del totale: è il posto peggiore dove risparmiare, perché è la parte che userai ogni giorno per i prossimi tre anni.
Le voci su cui invece conviene non spendere niente il primo anno sono tre: il magazzino automatico, la pubblicità prima di avere le schede a posto, e il servizio fotografico in studio. Le foto dei capi stesi con il metro accanto le fai col telefono alla finestra, e per tenere bassi i resi valgono più di una foto in posa.
| Voce | Parti da zero | Hai già il negozio | Quando si paga |
|---|---|---|---|
| Merce per coprire la curva taglie (30 modelli) | circa 9.400 euro | zero: è in scaffale | a ogni stagione |
| Negozio online | canone annuo oppure una volta sola | uguale | una volta o ogni mese |
| Foto e misure reali dei capi | 30 modelli, tempo tuo | uguale | una volta per modello |
| Caricamento delle varianti | 600 varianti, circa 30 ore | uguale | una volta |
| Commissione sui pagamenti | 1,33 euro su un ordine da 72 euro | uguale | a ogni ordine |
| Spedizioni di ritorno dei resi | a carico tuo se non l'hai scritto | uguale | a ogni reso |
| Dominio e posta elettronica | poche decine di euro l'anno | uguale | ogni anno |
Se il marchio è tuo invece di rivenderlo
Produrre cambia una cosa sola, ma pesante: il produttore lavora a minimi per combinazione, non per modello. Se il minimo è di dieci pezzi per taglia e colore, un modello in cinque taglie e due colori non sono dieci pezzi ma cento, e sei tu a decidere in anticipo quante XS venderai senza averne mai venduta una. Prima di disegnare la collezione chiedi il minimo per combinazione e moltiplicalo per le combinazioni che hai in testa: è lì che i marchi nuovi si immobilizzano il capitale.
Per questo chi fa il proprio marchio parte quasi sempre al contrario di come se lo immagina: pochissimi modelli, due colori, le tre taglie centrali, e il resto su prenotazione. Un negozio che accetta ordini su capi non ancora prodotti serve esattamente a questo.
Il conto del reso, quello che decide il margine
Nell'abbigliamento il reso non è un incidente, è parte del prodotto: il cliente compra una taglia senza provarla. Chi vende vestiti online lavora sempre con una quota di merce che torna, e il margine si calcola dopo quella quota, non prima.
Prendi un ordine tipo da 65 euro con il 40 per cento di margine, cioè 26 euro tuoi, e 7 euro di spedizione pagati al corriere (il listino online di Poste parte da 5,65 euro, con un aggregatore si scende sotto i 4,50). Su 100 ordini con venti resi il conto è questo: gli 80 ordini buoni ti lasciano 2.080 euro, i venti resi ti lasciano zero margine ma i costi restano. L'andata la paghi sempre tu, perché sul recesso devi restituire al cliente anche la spedizione standard che gli hai addebitato: sono 140 euro. Il ritorno sono altri 140 euro, e quelli dipendono da una riga scritta prima.
Quindi 1.940 euro se le condizioni di vendita sono fatte bene, 1.800 se non lo sono, contro i 2.600 euro che avresti senza nessun reso. E se i resi passano da venti a trenta su cento scendi a 1.610 euro: dieci resi in più ogni cento ordini costano 330 euro.
| Scenario | Ordini buoni | Margine lordo | Costo dei resi | Ti resta |
|---|---|---|---|---|
| 20 resi, ritorno a carico tuo | 80 | 2.080 € | 280 € | 1.800 € |
| 20 resi, ritorno a carico del cliente | 80 | 2.080 € | 140 € | 1.940 € |
| 30 resi, ritorno a carico del cliente | 70 | 1.820 € | 210 € | 1.610 € |
| 10 resi, ritorno a carico del cliente | 90 | 2.340 € | 70 € | 2.270 € |
La riga che vale 140 euro ogni cento ordini
Il Codice del Consumo (D.Lgs. 206/2005) dà al cliente quattordici giorni per cambiare idea senza motivo, e su quello non si discute. Ma stabilisce anche che il costo della restituzione resta a carico del consumatore solo se lo hai informato prima che fosse vincolato dall'ordine. Se non lo hai scritto, quel costo è tuo per legge.
È la stessa norma che ti obbliga a indicare le spese di spedizione prima dell'acquisto, pena non poterle pretendere, e a consegnare entro trenta giorni salvo accordo diverso. Tre righe nelle condizioni di vendita e nel riepilogo del carrello: nell'abbigliamento valgono più di qualunque sconto strappato al corriere.
La tabella delle misure è mezzo prodotto
Visto il conto di sopra, l'unica leva che sposta soldi davvero è far arrivare la taglia giusta al primo colpo. Non si fa con una scritta generica tipo veste regolare: si fa con i centimetri del capo, modello per modello.
Quello che riduce i resi da taglia sbagliata è una tabella per ogni modello con le misure reali del capo steso (torace, lunghezza, spalle, manica, vita), non la taglia nominale del fornitore, che cambia da marchio a marchio. Accanto serve la foto con l'altezza della persona ritratta e la taglia che porta, e una riga sulla vestibilità: se quel modello stringe in vita, scriverlo ti costa una frase e ti risparmia un pacco di ritorno. Un cambio taglia gestito come cambio e non come rimborso ti tiene poi l'incasso in casa.
Marketplace o negozio tuo: sull'abbigliamento il conto è netto
Partire da un marketplace è ragionevole quando non hai ancora pubblico, perché il pubblico ce l'ha lui. Diventa cara in fretta, e sull'abbigliamento ha un dettaglio che pesa: la tariffa di segnalazione in questa categoria è a scaglioni (5, 10 e 15 per cento secondo il prezzo dell'articolo) e si calcola sul totale pagato dal cliente, spedizione inclusa. Paghi una percentuale anche sui soldi che girerai al corriere.
Facciamo 600 ordini in un anno da 65 euro più 7 di spedizione, cioè 43.200 euro incassati. Su un marketplace, con il piano professionale a 39 euro al mese, la commissione al 10 per cento fa 4.320 euro più 468 di canone: 4.788 euro l'anno. Allo scaglione del 15 per cento si arriva a 6.948 euro. Sul tuo negozio gli stessi incassi passano da un gestore di pagamenti: con Stripe a 1,5 per cento più 25 centesimi per le carte europee standard sono 648 euro più 150, cioè 798 euro l'anno.
La differenza è di circa 4.000 euro l'anno nello scenario prudente. Il motivo per cui non tutti scappano dal marketplace è che quella cifra comprende anche i clienti, e il tuo negozio no: quello è il vero confronto, ed è in fila in piattaforme per vendere online. La risposta sana è tenere il marketplace per la fine serie e il negozio tuo per i capi della stagione e per i clienti che tornano.
Cambio stagione: il costo che non ti aspetti
L'abbigliamento ha una scadenza, e questo cambia come va configurato il negozio. La merce di febbraio a luglio vale meno, e il magazzino immobilizza i tuoi soldi mentre perde valore: è l'unico settore dove vendere in ritardo è peggio che non vendere.
Da qui tre cose pratiche. Servono i saldi sul singolo capo e sulla singola taglia, non uno sconto generale, perché quello che resta sono sempre le taglie estreme e i colori difficili. La fine serie si svuota meglio dove il prezzo basso non rovina il tuo listino. E non si carica tutto al primo giro: si parte dai modelli che girano di più in negozio, si guarda cosa torna indietro e in quale taglia, e si carica il resto quando hai i dati.
Cosa serve per vendere abbigliamento online in regola
Un negozio online aperto tutto l'anno è un'attività commerciale abituale, quindi la partita IVA serve prima del primo ordine: lo stabilisce il decreto IVA (DPR 633/1972, articolo 4), che guarda l'abitualità e non l'importo. La sequenza delle pratiche (partita IVA con il codice corretto, Registro delle imprese, posizione INPS, comunicazione al Comune) si presenta in una volta sola con la Comunicazione Unica d'impresa dal portale impresainungiorno.gov.it, e normalmente la fa il commercialista. Se hai già il negozio fisico la parte burocratica è più corta, perché l'attività esiste e si tratta di estenderla alla vendita online.
Quale inquadramento e quale codice servano nel tuo caso non si decide leggendo un articolo: dipende da cosa vendi, se produci o rivendi, se compri dall'estero. Quella è un'ora dal tuo commercialista.
Sul sito gli obblighi sono gli stessi per tutti e sono quelli del Codice del Consumo: informazioni complete prima che il cliente sia vincolato, prezzo totale con le spese visibile prima del pagamento, quattordici giorni di recesso, consegna entro trenta giorni, e la riga sul costo della restituzione di cui sopra. Se vendi capi di un marchio che non è tuo, tieni le prove degli acquisti: nel tessile la contestazione sull'originalità arriva al venditore, non al fornitore. La sequenza completa per chi parte da zero sta in come aprire un negozio online.
In che ordine conviene partire
L'ordine che spreca meno è questo. Scegli venti o trenta modelli, quelli che in negozio girano, e fotografali con le misure vere. Fai il tuo conto: margine per capo, costo di spedizione reale, resi che ti aspetti. Configura il negozio con varianti, tabelle misure, fasce di spedizione e condizioni di vendita a posto dal primo giorno. Carica il resto del catalogo quando sai cosa vende.
Chi fa il contrario (carica tutto, apre, e sistema i resi dopo il primo mese di rimborsi) spende due volte: in ore di caricamento alla cieca e in spedizioni di ritorno che non avrebbe dovuto pagare.
Se vuoi partire con il pezzo difficile già fatto
Varianti di taglia e colore con la giacenza separata, tabelle delle misure, fasce di spedizione, documenti legali e recesso di quattordici giorni si configurano una volta e poi funzionano. È quello che facciamo noi: l'ecommerce completo di DirezioneX arriva con queste parti provate una per una, si paga una volta (1.999 € oggi invece di 3.999 €) e resta tuo per contratto anche se smetti di pagare, senza canone mensile che corre mentre la stagione gira. Il dettaglio di cosa è compreso sta su quanto costa un ecommerce.
Le ore di caricamento del catalogo restano lavoro: chi ti dice che un negozio di abbigliamento si apre in un pomeriggio non ha contato le varianti.
Riassunto. Aprire un negozio di abbigliamento online costa in merce, in varianti e in resi, non in canone: trenta modelli con la curva taglie coperta sono 240 pezzi e circa 9.400 euro se parti da zero, 40 modelli in cinque taglie e tre colori sono 600 schede e trenta ore, e venti resi su cento ordini da 65 euro si portano via 660 euro di margine. Chi ha già il negozio fisico parte con la voce grande a zero: è il motivo per cui portare online una boutique che esiste conviene più che aprirne una nuova. Le leve vere sono tre, tutte di configurazione: le misure in centimetri modello per modello, la riga del Codice del Consumo che mette il costo della restituzione a carico del cliente, e il catalogo caricato per gradi partendo da quello che già vende. Il marketplace tienilo per la fine serie, dove il prezzo basso non ti rovina il listino.
Domande frequenti
Se la merce ce l'hai già, molto meno di quanto pensi: il negozio online, le ore di caricamento delle varianti e il dominio. Se parti da zero il budget lo decide la merce: trenta modelli con la curva taglie coperta sono 240 pezzi, cioè circa 9.400 euro a un costo d'acquisto di 39 euro per capo. Il sito, a canone o fatto fare una volta sola, resta intorno al cinque per cento del totale.
Nessuno può dirtelo senza i tuoi numeri, e chi ti promette una cifra sta vendendo qualcosa. Il conto si fa così: margine per capo, meno il costo di spedizione, meno la quota di resi che ti aspetti. Con 100 ordini da 65 euro al 40 per cento di margine e venti resi restano circa 1.940 euro, non 2.600. Parti da quel calcolo, non dal fatturato.
Il consumatore, ma solo se lo hai informato prima che fosse vincolato dall'ordine: lo prevede il Codice del Consumo (D.Lgs. 206/2005). Se non lo hai scritto nelle condizioni di vendita e nel percorso d'acquisto, quel costo è a carico tuo. La spedizione di andata che hai addebitato al cliente va invece restituita con il rimborso.
Meno di quelli che pensi, ma caricati bene. Venti o trenta modelli di quelli che girano già, con foto e misure vere, valgono più di tutto il catalogo caricato in fretta. Caricare 600 varianti prima di sapere quali taglie tornano indietro è lavoro speso alla cieca su merce che a fine stagione vale meno.
È legale, ma nell'abbigliamento è la formula più scomoda: non controlli le misure reali dei capi, quindi non puoi pubblicare una tabella attendibile, ed è proprio quella che tiene bassi i resi. Inoltre compri per rivendere con continuità, quindi servono partita IVA e iscrizioni come per qualsiasi negozio.
Non è un'alternativa. I social servono a farsi trovare e a far vedere i capi addosso, il negozio serve a incassare senza rincorrere i messaggi. Vendere solo in chat funziona finché gli ordini sono pochi: il problema arriva con le giacenze delle taglie, che a mano non si tengono.
Sì, se vendi con continuità: il DPR 633/1972 guarda l'abitualità dell'attività, non quanto incassi, e un negozio online aperto tutto l'anno è abituale per sua natura. Fa eccezione la vendita di capi tuoi che non hai comprato per rivendere, cioè lo svuota armadio tra privati. Per il tuo caso senti il commercialista.
La parte tecnica è la più corta: un negozio con varianti, tabelle misure, fasce di spedizione e documenti legali a posto si configura in poche settimane. Quello che allunga i tempi sei tu: foto e misure di trenta modelli e il caricamento di seicento varianti a tre minuti l'una sono circa trenta ore di lavoro tuo. Chi apre in un mese ha caricato venti modelli, non tutto il catalogo.
Fonti
- Codice del Consumo, D.Lgs. 206/2005 (Normattiva)
- DPR 633/1972, articolo 4, esercizio di imprese (Normattiva)
- Prezzi Shopify Italia: canoni dei piani (letto il 03/11/2026)
- Amazon, piani di vendita e tariffe
- Stripe, prezzi per l'Italia
- Packlink PRO, tariffe e piani
- Comunicazione Unica d'impresa, portale impresainungiorno.gov.it
